martedì 13 Gennaio 2026

Il mondo è tutto ciò che accade

Dobbiamo abbracciare il mondo, non le cose. Scriveva Wittgenstein che il mondo è tutto ciò che accade. Esistono dunque le relazioni non gli oggetti. 

Gli oggetti, anche splendidi e ricercati sono cose, non meritano un linguaggio, non accolgono parole che durano. Sono destinati all’uso, anche un uso speciale ma hanno una vita circoscritta, contengono la loro fine, la loro parziale utilità. È il loro consumo, il loro riflettersi in qualcuno che le rappresenta a dare loro espressione, come un buon cibo, come un dono.

Le cose hanno un destino. Le persone no, dipendono dal divenire e da una volontà, si definiscono per quello che desiderano. Le persone sì, si riflettono nel linguaggio che le accoglie, che li custodisce e le fa esprimere.

Dobbiamo dunque avere un tesoro di sguardi, di cenni, di ascolto che accolga, che apra gli occhi davanti al bisogno, che favorisca la risposta dell’altro. Gli altri sono infatti il nostro linguaggio, le nostre parole, il senso di un giorno o di sempre.

Lasciamo spazio alla risposta, accettiamo, cioè ascoltiamo.

Arriverà la vittoria. Scopriremo che avverrà proprio quello aspettavamo. Avevamo bisogno di sentirci ospiti generosi ma non sapevamo ancora come. Ogni giorno, se ascoltiamo bene, ci viene detto perché.

Gian Paolo Caprettini

Ha insegnato all'Università di Torino dal 1975 al 2013, dove è stato professore ordinario di Semiotica e Semiologia del Cinema, ha diretto Extracampus, la TV dell'Università, e il Master di Giornalismo. I suoi libri più recenti: Scrivere come sognare (Cartman), Vertigini dell'immaginario (con A. Bálzola, Meltemi), Complice la poesia (L'Indipendente), Dizionario della fiaba italiana (Meltemi).

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2 Commenti

  1. Gentile lettore, direi anche ‘amico’ per il tempo che mi ha dedicato. Ho apprezzato tanto anche l’ironia ma non vorrei esagerare nei riconoscimenti.
    Custodisco tutto, se un giorno che passa a Torino io ci fossi, prenderei volentieri un caffè con lei

  2. Non ho studiato semiotica, ho quindi chiesto aiuto a Chagpt5.1:

    Sintesi brutale: idee belle, filosofia… un po’ instagrammata.

    Qualche punto:
    1. Wittgenstein usato come poster motivazionale
    Lui scriveva: “Il mondo è la totalità dei fatti, non delle cose”. Qui diventa: “esistono le relazioni, non gli oggetti”. È una semplificazione carina, ma sposta il discorso: Wittgenstein parlava di struttura logica del mondo, l’articolo la usa per dire “contano solo i rapporti umani, non le cose”. Eticamente condivisibile, filosoficamente un po’ forzato.
    2. Oggetti cattivi, relazioni buone
    L’idea che “gli oggetti non meritano un linguaggio” è retorica. Gli oggetti entrano eccome nel linguaggio: simboli, memorie, eredità, opere d’arte. Non sono solo “uso e consumo”. Il pezzo vuole criticare il consumismo, ma lo fa buttando via anche tutta la dimensione simbolica delle cose.
    3. “Le cose hanno un destino, le persone no”
    Qui fa il salto lirico: le persone si definiscono per ciò che desiderano, per la volontà. Bello da leggere, ma ignora tutto il lato strutturale: condizioni materiali, contesto sociale, limiti del corpo. Il rischio è la solita favola “se vuoi puoi”, solo detta con tono colto.
    4. La parte forte: lo sguardo e l’ascolto
    Dove funziona davvero: quando parla di “tesoro di sguardi, di cenni, di ascolto che accolga”. Lì tocca qualcosa di vero: il linguaggio non è solo parole, è presenza, attenzione, disponibilità a lasciarsi cambiare dall’altro. Questo è molto in linea con il Wittgenstein “secondo” delle forme di vita.
    5. Chiusura: “Arriverà la vittoria”
    Qui scivola nel tono omelia: se ascoltiamo, arriverà ciò che aspettavamo. Suona più come consolazione che come analisi. Piacevole, ma generico: potrebbe chiudere qualsiasi editoriale domenicale.

    Conclusione sintetica:
    È un buon testo “da colazione della domenica”: spinge a ricordare che le persone contano più delle cose e che ascoltare non è opzionale. Se uno però prende sul serio Wittgenstein e la complessità delle vite reali, resta la sensazione che sia un po’ zuccherato e poco problematico.

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