martedì 13 Gennaio 2026
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Il labirinto di leggi che regola la psichiatria in Italia

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Il 13 maggio 1978 entra in vigore la legge 180, altrimenti conosciuta come legge Basaglia, che ha portato alla graduale chiusura dei manicomi e alla progressiva introduzione dei dipartimenti di salute mentale. Con questa legge l’Italia fu il primo Paese al mondo a bandire gli ospedali psichiatrici e a istituire una rete di servizi territoriali che comprende i Servizi Psichiatrici di Diagnosi e Cura (SPDC), i Centri di Salute Mentale (CSM) – che coordinano in ambito territoriale tutti gli interventi di prevenzione, cura e riabilitazione –, le strutture residenziali e i centri diurni. Nel 2023, ...

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Italia, la strage silenziosa dei senzatetto: 414 morti in un anno

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Nel solo 2025, in Italia o sono morte 414 persone senza dimora: un numero che, al di là di leggere oscillazioni, conferma una tendenza consolidata e drammatica degli ultimi anni. I dati, raccolti dall’Osservatorio fio.PSD, rivelano un fenomeno continuo e diffuso su tutto il territorio nazionale, che colpisce soprattutto uomini stranieri in età non avanzata. Queste morti, spesso avvenute in solitudine e in condizioni di estrema vulnerabilità, rappresentano l’esito estremo di una vita ai margini, segnata dalla mancanza di accesso alle cure, dall’isolamento sociale e dalla lontananza dai servizi essenziali. La cifra di decessi registrati conferma una strage silenziosa e strutturale, in linea con i 434 decessi del 2024 e i 415 del 2023. Le statistiche, raccolte dalla federazione di enti che seguono le persone senza dimora, raccontano che si tratta per lo più di uomini (oltre il 90%), con una forte presenza di cittadini provenienti da paesi extra-europei (in primis Marocco e Tunisia, mentre si registra un aumento delle vittime originarie del Bangladesh, dell’India e del Pakistan). L’età media della morte è drammaticamente bassa, ferma a 46,3 anni, con un divario significativo tra italiani (54,2 anni) e stranieri (42 anni). Un dato che stride con la speranza di vita generale della popolazione italiana, che si attesta sugli 81,4 anni per gli uomini. Contrariamente a quanto si possa pensare, la stagione invernale, nonostante il freddo, non registra un picco sproporzionato di morti. Nel 2025 i decessi di gennaio (44) non sono stati molto diversi da quelli di agosto (37) o giugno (35). Ciò è dovuto in parte all’attivazione dei piani emergenziali per il freddo, che aumentano i posti letto e l’attività delle unità di strada. La geografia di questa strage invisibile vede il Nord Italia come l’area più colpita, con oltre la metà dei decessi: la Lombardia guida la triste classifica con 78 morti, seguita da Veneto (46) e Piemonte (25). Anche il Centro contribuisce con numeri significativi, soprattutto il Lazio (60 decessi). Se le grandi città come Roma (48 morti) e Milano (27) registrano i valori assoluti più alti, il fenomeno non è confinato ai grandi centri urbani. Il report evidenzia infatti che «a fronte del 40,5 per cento di decessi che avviene nelle 14 città metropolitane, la maggioranza delle morti si verifica in provincia», talvolta in comuni molto piccoli. «Il dato – si legge nel documento – mette in luce la necessità di sviluppare interventi capillari, capaci di raggiungere anche le realtà territoriali meno servite dove il fenomeno rimane, spesso, meno visibile». I luoghi dei decessi raccontano da soli le condizioni di vita estreme. Circa un terzo delle morti (34%) avviene in spazi pubblici come strade, parchi e aree pubbliche. Un altro 23% si verifica in baracche e ripari di fortuna, mentre preoccupa la percentuale dei decessi per annegamento (15%) e di quelli avvenuti all’interno delle case circondariali (8%). Le cause di morte riflettono una condizione di perenne pericolo: il 42% è attribuibile a malori improvvisi o malattie aggravate dopo anni di vita in strada, mentre un altro 40% è riconducibile a eventi traumatici, incidenti, aggressioni o suicidi. «Le cause dei decessi tra le persone senza fissa dimora riflettono una condizione di estrema vulnerabilità in cui i fattori personali, sociali e ambientali si intrecciano, aggravando situazioni già precarie che la strada amplifica», si legge nel rapporto. Per affrontare il fenomeno con politiche più efficaci, si ritiene fondamentale realizzare una migliore raccolta dati. Per questo, il 26, 28 e 29 gennaio è in programma la rilevazione nazionale “Tutti Contano”, promossa da Istat e condotta da fio.PSD nelle 14 città metropolitane. L’iniziativa, che coinvolgerà migliaia di volontari, mira a intervistare le persone senza dimora per ottenere informazioni dettagliate sulle loro condizioni e sui loro percorsi di vita, con l’obiettivo di superare approcci puramente emergenziali o pietistici.

Gaza, raid israeliani uccidono 11 palestinesi

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Almeno 11 palestinesi sono stati uccisi giovedì in una serie di attacchi israeliani nella Striscia di Gaza, secondo fonti mediche locali. Un raid aereo ha colpito una tenda a Khan Younis, nel sud, causando quattro morti e diversi feriti, tra cui bambini; un’altra persona è stata uccisa a est della città. Altri attacchi hanno provocato vittime a Jabalia, dove è stata colpita una scuola che ospitava sfollati, a Deir al-Balah e nel quartiere Zeitoun di Gaza City. L’esercito israeliano ha parlato di una risposta al lancio fallito di un razzo da Gaza, affermando di aver colpito militanti di Hamas e infrastrutture militari.

Un nuovo rapporto ONU spiega la segregazione razziale di Israele contro i palestinesi

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L’Onu ha condannato nuovamente Israele per le sue politiche portate avanti contro la popolazione palestinese in Cisgiordania e a Gerusalemme Est. Lo ha fatto con un rapporto che documenta il peggioramento della situazione in tutti i territori occupati a partire almeno dal dicembre 2022. Il rapporto parla di furto di terre e risorse naturali, discriminazioni razziali, segregazione, e descrive il sistema di violenze sistematiche impunite, sfollamenti forzati e limitazioni in aumento alla libertà del movimento dei palestinesi chiedendone lo smantellamento. Mentre gli organismi internazionali continuano a lanciare appelli, Tel Aviv si prepara ad avviare i cantieri per la costruzione di 3401 nuove case nell’insediamento “E1” recentemente approvato, che rischia di spaccare in due la Cisgiordania, insieme alla costruzione di altre 19 nuove colonie, sempre illegali per il diritto internazionale.

«Che si tratti di accedere all’acqua, andare a scuola, correre all’ospedale, visitare familiari o amici o raccogliere le olive, ogni aspetto della vita dei palestinesi in Cisgiordania è controllato e limitato dalle leggi, dalle politiche e dalle pratiche discriminatorie di Israele», ha commentato l’Alto commissario Onu per i diritti umani, Volker Türk. «Si tratta di una forma particolarmente grave di discriminazione razziale e segregazione, che assomiglia al tipo di sistema di apartheid che abbiamo visto», ha affermato. Il sistema israeliano di repressione e apartheid è evidente nella Cisgiordania occupata, dove la popolazione è soggetta quotidianamente a incursioni militari, detenzioni arbitrarie e demolizioni. È lo stesso diritto alla vita che viene messo in discussione: il rapporto parla di oltre 1.500 uccisioni di palestinesi tra il 1 gennaio 2017 e il 30 settembre 2025. Le autorità israeliane hanno aperto 112 indagini, con una sola condanna. Le cifre dell’impunità esplicitano come le violenze di coloni e militari contro i palestinesi non solo restino nel silenzio, ma siano, di fatto, accolte dalle autorità di Tel Aviv.

La discriminazione sistematica nei confronti dei palestinesi nei territori palestinesi occupati è una preoccupazione di lunga data, osserva il rapporto. La situazione, tuttavia, sta peggiorando drasticamente. La vita dei palestinesi è diventata sempre più limitata e insicura; i circa mille punti di controllo tra checkpoint, cancelli, e posti di blocco mobili rendono gli spostamenti sempre più ardui, violando il diritto al lavoro, allo studio, e aggravando le già difficili condizioni economiche. I palestinesi continuano a subire confische di terra su larga scala e la privazione dell’accesso alle risorse; mentre ai palestinesi viene sottratta sempre più terra e le risorse idriche vengono deviate, le colonie israeliane si allargano. Il rapporto cita anche la discriminazione giuridica a cui sono costretti i non-israeliani, giudicati in Tribunali militari durante i quali vengono sistematicamente violati i loro diritti a un processo equo e giusto.

«Dal 7 ottobre 2023, il governo israeliano ha ulteriormente ampliato l’uso della forza illegale, la detenzione arbitraria e la tortura, la repressione della società civile e le restrizioni indebite alla libertà dei media, le severe restrizioni alla libertà di movimento, l’espansione degli insediamenti e le relative violazioni nella Cisgiordania occupata, il che ha segnato un deterioramento senza precedenti della situazione dei diritti umani in quella zona», continua il rapporto, aggiungendo che a ciò si aggiunge il protrarsi e l’escalation della violenza dei coloni, in molti casi con l’acquiescenza, il sostegno e la partecipazione delle forze militari israeliane. Il documento descrive come «asfissiante» l’insieme delle politiche israeliane create per controllare ogni aspetto della vita dei palestinesi, concludendo che esistono motivi ragionevoli per ritenere che la separazione, la segregazione e la subordinazione siano destinate a diventare permanenti, al fine di mantenere l’oppressione e il dominio sui palestinesi.

Sono centinaia le relazioni che testimoniano le violazioni sistemiche dei diritti umani di Israele; decine le risoluzioni, le richieste, le commissioni che negli anni hanno chiesto a Tel Aviv di interrompere gli abusi e di ritirarsi dai territori occupati della Cisgiordania e di Gerusalemme. Nonostante ciò, i governi continuano ad appoggiare politicamente ed economicamente Tel Aviv, e Israele accelera il suo piano di pulizia etnica e annessione dei territori palestinesi. «Ogni tendenza negativa documentata nel rapporto non solo è continuata, ma si è anche accelerata. E ogni giorno che si permette che questa situazione continui, le conseguenze per i palestinesi peggiorano».

Russia: attacco alle infrastrutture energetiche ucraine

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La Russia ha lanciato un ingente attacco missilistico contro le infrastrutture energetiche ucraine. Nell’attacco sono stati impiegati droni, e armi terrestri e navali a lungo raggio, tra cui il missile “Oreshnik”, che avrebbe raggiunto una velocità di 13.000 chilometri orari; il missile ha colpito uno dei maggiori impianti di stoccaggio ucraini, situato nella regione di Leopoli. Presi di mira anche siti di produzione di droni a Kiev. L’offensiva di oggi arriva in risposta a un attacco registratosi lo scorso 29 dicembre, che avrebbe preso di mira la residenza di Putin; l’Ucraina ha affermato di non avere attentato alla vita del presidente russo, rigettando le accuse.

Torino: a 20 giorni dallo sgombero l’area attorno Askatasuna è ancora territorio militare

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TORINO – Pochi minuti prima dell’uscita dei bambini da scuola, la zona pedonale si riempie di genitori e parenti in attesa. Sembrano quasi non fare più nemmeno caso alle decine di agenti che fanno su e giù per l’area, chiacchierando tra loro e guardandosi intorno con aria circospetta. Questa sembra essere diventata, almeno per il momento, la realtà del quartiere Vanchiglia, a quasi un mese dallo sgombero del centro sociale Askatasuna. L’interno dell’edificio è ormai vuoto e semidistrutto, gli ingressi murati. Nella pace che regna nel quartiere in un pomeriggio qualunque di inizio anno, niente sembra giustificare effettivamente la massiccia presenza di forze dell’ordine.

Al mio arrivo, all’altezza del numero 47 di corso Regina sono almeno tre le camionette parcheggiate, più un camion idrante e alcune volanti della municipale. I jersey recintano ancora tutta la zona antistante il centro sociale. Altre camionette sono sparse intorno a tutto il perimetro di Askatasuna, inclusa l’area dove si trovano l’asilo nido e la scuola elementare. Tra le persone in attesa vi sono residenti del quartiere, ma anche persone che vengono da altre zone della città. Sono soprattutto queste ultime che commentano come la presenza degli agenti abbia «finalmente liberato l’area da spacciatori e brutta gente». Chi in Vanchiglia ci vive risponde con un sorriso a queste affermazioni. «Innanzitutto sappiamo tutti che questo è un problema che non viene da Askatasuna», mi dice un padre in attesa davanti alla scuola elementare. «E poi non è certo servito nemmeno a quello: chi spacciava in questa zona si è semplicemente spostato di qualche decina di metri, all’angolo con piazza Santa Giulia. Ma comunque non è infastidito dagli agenti, perché loro non sono qui per questo». E anche chi si mostra più critico nei confronti di Askatasuna non nasconde che, forse, tutto questo dispiegamento di forze dell’ordine è «un pochino esagerato».

Le scuole adiacenti al centro sociale sono state chiuse con due giorni di anticipo rispetto alle altre. La comunicazione è stata data ai genitori che si apprestavano a lasciare i figli a scuola la mattina stessa dello sgombero, il 18 dicembre. Da allora, nessuno ha potuto più accedervi, nemmeno per recuperare i lavoretti che i bimbi avevano fatto per Natale. Fino alla mattina del 7 gennaio, la zona pedonale di via Balbo è rimasta del tutto inaccessibile, sigillata dai jersey. Una volta riaperte le scuole, questi sono stati rimossi e sostituiti dalle camionette, che bloccano completamente il passaggio da entrambi gli accessi. Solamente la rabbia dei genitori, mi viene raccontato, le ha convinte a indietreggiare di qualche metro, in modo da nascondersi parzialmente alla vista dei bambini che entrano ed escono da scuola. «Ieri mattina gli agenti non volevano lasciar passare nemmeno i genitori. Ci permettevano giusto di andare a portare i bambini fino all’ingresso della scuola, ma poi dovevamo allontanarci» mi racconta un papà. «E non se ne capisce davvero la necessità, dal momento che dentro [ad Askatasuna, ndr] hanno spaccato tutto e murato gli ingressi».

Le camionette che presidiano la zona pedonale di via Balbo, dove affacciano il nido, la scuola elementare e il giardino di Askatasuna

I danni fatti dalla polizia all’interno del centro, infatti, sarebbero tanto gravi da non renderlo nemmeno più agibile. «Tubature e sanitari sono stati distrutti, le scale per scendere in cantina sono state distrutte, il laboratorio di arte, la palestra popolare, tutto distrutto. Gli ingressi sono stati murati, accedere non è più possibile» mi riferisce Stefano, attivista di Askatasuna. «Qualcosa siamo riusciti a recuperarlo prima di Natale, ma poca roba. Altre cose, tra le quali un generatore e soldi in contanti, sono sparite».

Nemmeno i bambini sono rimasti indifferenti a ciò che sta accadendo. «Si rendono conto di tutto», mi racconta una giovane madre all’uscita della scuola elementare. I suoi figli, dice, le hanno chiesto più volte chi fossero gli «uomini con le pistole» che girano intorno a scuola. «Io vivo qui», mi dice, «e posso dirti che la chiusura di Askatasuna è un problema per noi. Loro ci lasciavano usare i loro spazi, due volte a settimana organizzavano la merenda per i bambini. Ora stiamo facendo diverse riunioni di quartiere, per cercare di capire come recuperare la coesione che è venuta a mancare con la chiusura del centro».

Mentre i figli escono da scuola, infatti, alcuni genitori allestiscono un tavolo con cibo e bevande. Tra i bambini che corrono su e giù mangiando patatine e adulti infreddoliti che chiacchierano, passeggiano agenti a gruppi di due o tre. Ogni tanto qualcuno perde la pazienza e grida loro di allontanarsi. Su questo piccolo tratto di via pedonale, dove affacciano le due scuole e il giardino che Askatasuna condivideva con il nido (il cui accesso è al momento interdetto, anche ai bambini), sono stati allestiti bagni chimici per gli agenti. «Almeno non usano più i bagni del nido, come facevano quando le scuole erano chiuse», mi dice Ortensia, del Comitato Vanchiglia. «Ovviamente, niente di tutto questo era necessario». C’è di positivo, però, che questa situazione ha avvicinato molto i comitati di quartiere, che ora stanno cercando il modo di organizzarsi e collaborare. Non solo perché a bambini e genitori è stato sottratto uno spazio di aggregazione, mi spiega, ma anche per rivendicare il diritto di tutti i cittadini ad avere a disposizione spazi pubblici di incontro e discussione.

Pochi giorni fa, i comitati hanno inviato una lettera al prefetto e alle istituzioni, denunciando l’uso sproporzionato della forza e la militarizzazione in atto nel quartiere. La risposta è giunta dal segretario generale provinciale del sindacato di polizia FSP, che ha commentato come Askatasuna sia «la base criminale di ogni azione e pensiero sovversivo contro lo Stato» e che «ai bambini i genitori dovrebbero un giorno raccontare che il 18 dicembre 2025 il bene ha vinto contro il male assoluto». All’interno di un bar vicino a via Balbo, molto frequentato dagli agenti, alcune madri leggono ad alta voce la lettera. La reazione è un misto di rabbia e ilarità. «Come può essere questa la risposta che viene data alle famiglie? Sarebbe questo, il bene che trionfa?» ci si chiede.

Con il passare del tempo, e il freddo che si fa sempre più intenso, le famiglie tornano a casa, ma le camionette rimangono al loro posto, aumentando anzi di numero. Qualcuno tra i genitori ha avanzato l’ipotesi che la militarizzazione proseguirà per un altro mese, ma nessuno ne ha la certezza. Nel frattempo, Askatasuna rilancia la mobilitazione e conferma gli appuntamenti per le prossime settimane, che culmineranno a gennaio nella grande manifestazione nazionale prevista per il 31. «Sappiamo che l’attacco contro di noi altro non è se non un tentativo di piegare il movimento per la Palestina, che in Italia sta diventando sempre più grande», mi dice Stefano, «ma non sarà certo questo a fermarci o a impedirci di continuare a scendere in piazza».

La Francia ha ufficialmente vietato i PFAS in cosmetici e abbigliamento

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Da gennaio 2026, in Francia non è più possibile vendere, importare o produrre cosmetici, indumenti e altri prodotti di uso quotidiano che contengano PFAS, le sostanze chimiche note per la loro capacità di resistere praticamente in eterno. Il divieto è l’effetto concreto di una legge approvata dal Parlamento francese nel febbraio 2025, dopo anni di allarmi scientifici e una mobilitazione pubblica che ha coinvolto oltre 140 mila cittadini. Con l’entrata in vigore del provvedimento, la Francia diventa tra i primi Paesi al mondo a colpire in modo diretto l’uso delle sostanze perfluoroalchiliche ne...

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La “nuova” Siria di al-Sharaa ha ricominciato ad attaccare i territori curdi

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Ad Aleppo, in Siria, è riesplosa la tensione tra milizie curde e governo centrale. Gli scontri sono iniziati lo scorso 5 gennaio, con il gruppo a guida curda delle Forze Democratiche Siriane (SDF) e l’esercito che si sono accusati vicendevolmente di avere scagliato attacchi nelle reciproche postazioni. Tra ieri e oggi, 8 gennaio, gli scontri sono continuati, e circa 30.000 persone sono state evacuate dalla città, mentre l’esercito ha avviato una operazione militare per prendere il controllo dei quartieri a guida curda. Le SDF riportano di essere state accerchiate con almeno 80 mezzi pesanti, e di avere subito colpi di artiglieria e mortaio; mentre l’esercito assedia la città, la Turchia ha rilasciato una dichiarazione a sostegno del governo siriano, chiedendo alle forze curde di abbandonare le armi e minacciando un intervento diretto nel caso in cui Damasco chiedesse aiuto.

Non è chiaro cosa abbia fatto esplodere gli scontri ad Aleppo. La sera del 5 gennaio, l’agenzia di stampa siriana Sana ha riportato che droni delle SDF avrebbero preso di mira un posto di blocco della polizia militare situato vicino ai punti di controllo di Deir Hafer, a est della città. «L’Esercito Arabo Siriano risponderà a questa aggressione in modo appropriato», riporta un comunicato diffuso dal media. Analogamente, le SDF riportano di avere subito un attacco, accusando l’esercito di avere iniziato le violenze. Nelle ore che sono seguite, sono iniziati i primi combattimenti presso postazioni e avamposti dei due schieramenti. Il 6 gennaio, gli scontri sono diventati più violenti, coinvolgendo anche scuole e ospedali, e sono stati segnalati i primi morti e le prime evacuazioni dei residenti; le autorità siriane hanno ordinato la chiusura delle scuole e delle attività dell’aeroporto della città, e hanno concentrato gli attacchi nei quartieri di Sheikh Maqsoud, Ashrafieh, a maggioranza curda. Ieri, infine, è stata lanciata l’operazione militare: il numero di morti ufficiale è arrivato a 7 persone, e quello dei feriti a 52; circa 30.000 persone sono state evacuate, ma il governo ha preparato alloggi per 142.000 persone; la città è stata assediata da mezzi pesanti e oggi l’esercito ha rilasciato diversi ordini di evacuazione.

Gli scontri ad Aleppo arrivano in un momento di tensione tra le SDF e il governo centrale. A marzo, la milizia a guida curda aveva siglato un accordo per entrare a far parte dell’esercito regolare, che tuttavia è saltato nei mesi successivi; non è noto il motivo esatto per cui l’accordo non è andato a buon fine, ma secondo la ricostruzione di analisti il contenzioso riguardava le modalità con cui le SDF avrebbero dovuto venire integrate nell’esercito, se come blocco unitario o con l’inquadramento dei singoli soldati. A ottobre, la tensione tra governo centrale e curdi è salita a causa della esclusione delle comunità curde – assieme a quelle delle donne e delle comunità druse – dalle prime elezioni legislative, e tra i diversi gruppi etnici locali è iniziata a sorgere la richiesta di una Siria multinazionale e federale, che tuttavia non ha portato alla nascita di un movimento di rivendicazione unificato. A complicare i rapporti tra curdi e governo centrale è l’incombente presenza turca, Paese con cui il governo al-Sharaa intrattiene un rapporto privilegiato; oggi stesso, il ministro degli Esteri turco Hakan Fidan ha soffiato sul fuoco, chiedendo apertamente ai curdi siriani di abbandonare le armi e mostrando aperto sostegno al governo.

Senato USA: no a nuovi attacchi in Venezuela

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Con 52 voti a favore e 47 contro, il Senato degli Stati Uniti ha avanzato una risoluzione che impedirebbe a Trump di intraprendere nuove azioni militari contro il Venezuela senza l’autorizzazione del Congresso. La misura dovrà ora essere approvata dalla Camera. Il voto arriva a pochi giorni dal rapimento del presidente venezuelano Nicolas Maduro, che è stato portato negli USA, dove sta venendo processato per narcotraffico. Il Senato aveva già provato a bloccare azioni militari di Trump in Venezuela in occasione degli attacchi alle imbarcazioni lanciati negli scorsi mesi.

La controriforma permanente della scuola tra mercato e guerra (un libro di Luca Cangemi)

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Negli ultimi decenni la scuola è stata raccontata come un sistema inefficiente da riformare, un apparato da rendere competitivo, misurabile, performante. Raramente, però, è stata descritta per ciò che realmente è: un settore oggetto di scontro, tra conflitti politici, economici e ideologici. La controriforma permanente, saggio pubblicato di recente dall’editore MarxVentuno, rovescia questa prospettiva e legge le riforme scolastiche non come risposte neutre a problemi tecnici, ma come atti coerenti di una trasformazione strutturale che ha ridisegnato il senso stesso dell’istruzione pubblica.

Il volume, curato da Luca Cangemi, è un’opera collettiva che si colloca deliberatamente fuori dai confini della classica manualistica accademica e delle analisi istituzionali. Non nasce per offrire un bilancio delle riforme scolastiche, ma per leggerle come un processo storico coerente, lungo e stratificato, che ha progressivamente ridefinito il ruolo della scuola pubblica nella società italiana. Gli autori non parlano da una posizione neutra né omogenea: provengono dal mondo della scuola, della ricerca, del giornalismo, dell’attivismo culturale e sindacale, e condividono un punto di vista critico maturato dentro l’esperienza concreta dei conflitti educativi. Una pluralità di voci che cerca di restituire la complessità della scuola come spazio politico reale, attraversato da interessi divergenti, trasformazioni imposte e resistenze spesso invisibili.

È lo stesso Luca Cangemi, insegnante e saggista, ad aprire il libro con un contributo che rilegge gli avvenimenti degli ultimi anni alla luce di un disegno portato avanti sia dalla destra che dalla sinistra, descritta come complice o incapace di contrastare la deriva che sta impoverendo la base culturale su cui si regge un Paese, che dovrebbe formare i cittadini di domani. Secondo Cangemi tutto ha origine con i governi Amato prima e Ciampi poi, che iniziano ad operare tagli lineari alle risorse, a imporre una nuova gerarchizzazione e a creare le basi per quella che Cangemi descrive come «autonomia scolastica interpretata in senso manageriale». Provvedimenti che si concretizzeranno due anni più tardi con l’Ulivo e il ministro Luigi Berlinguer e vedono la realizzazione dell’autonomia scolastica, della legge di parità scolastica e la nascita dell’INVALSI, che diventeranno punti fermi del ministro successivo, la Moratti con il governo Berlusconi, che con la sua attività decreterà l’attacco al tempo scuola, il largo spazio ai poteri delle regioni, un’accentuazione del potere regolamentare del governo (che sarà ampiamente usato in seguito); in più, sottolinea l’autore, «viene dato largo spazio all’ideologia dell’impresa, e per la prima volta viene eliminato, in riferimento al termine “istruzione”, l’aggettivo “pubblica”». Il tutto in un’azione di continuità con la ministra Gelmini che, secondo Cangemi, porterà al «più grande ridimensionamento nella storia del sistema dell’istruzione in Italia: un brutale downsizing neoliberista applicato a una struttura che ogni mattina incrocia la vita di milioni di persone». Altro colpo da non sottovalutare è stato quello della riforma Renzi, passata alla storia come “Buona scuola”, però solo nel titolo. Se il M5S si limita ad abrogare alcune parti di questa legge, il problema odierno, con il ministro Valditara, è che «da un lato è un fedele continuatore della pluridecennale controriforma, dall’altro prova a trasformare il MIM nel vero centro ideologico della destra al potere». Tanto che, secondo Cangemi, «l’anticomunismo diventa ideologia ufficiale, con essa, chiaramente, si punta a sostituire l’antifascismo, rovesciando l’orizzonte storico della Repubblica, ma anche (ed esplicitamente) a sostanziare ideologicamente la lotta occidentale contro la Repubblica popolare Cinese». L’ultima riflessione è dedicata al momento attuale, al tentativo sempre più frequente di portare nelle scuole la retorica bellicista e militarista che si inserisce perfettamente nella narrazione dominante, quella che afferma che il riarmo è l’unico modo per ottenere la pace.

Gli altri contributi compongono un quadro corale che indaga la trasformazione della scuola italiana come processo politico di lunga durata.

Ferdinando Dubla affronta il nodo teorico del rapporto tra marxismo e pedagogia, opponendo alla scuola delle competenze una pedagogia fondata sull’emancipazione. La didattica formale e burocratica viene letta come strumento di selezione di classe, funzionale alla formazione di lavoro precario e flessibile. Riprendendo Gramsci e Freire, Dubla ricorda che «educare è giocare a ricostruirsi: ma è una ricostruzione che porta l’insieme a contribuire alla trasformazione sociale», e che l’educazione resta un terreno centrale del conflitto sociale. Lucia Capuana ricostruisce invece il lungo assedio neoliberista alla scuola pubblica, mostrando la continuità delle riforme dagli anni Ottanta a oggi. Autonomia, valutazione e aziendalizzazione non sono deviazioni occasionali, ma strumenti coerenti di uno svuotamento progressivo della funzione costituzionale dell’istruzione, sempre più subordinata al mercato e sempre meno orientata all’uguaglianza.

Rossella Latempa smonta il mito dell’oggettività dei test INVALSI, analizzandoli come dispositivi di governo. La standardizzazione della valutazione sottrae centralità al giudizio collegiale dei docenti e costruisce gerarchie tra studenti e scuole, alimentando una cultura della competizione e della punizione più che della conoscenza. Marina Boscaino concentra invece l’attenzione sull’autonomia differenziata, definendola una minaccia diretta al principio di uguaglianza. La frammentazione regionale del sistema scolastico rischia di istituzionalizzare diseguaglianze territoriali già profonde, colpendo in particolare il Mezzogiorno.

Antonio Mazzeo documenta l’avanzata del militarismo nella scuola italiana: PCTO (Percorsi per le Competenze Trasversali e per l’Orientamento), protocolli con le forze armate, presenza capillare dell’apparato militare. La scuola diventa così uno spazio strategico di normalizzazione della guerra e di costruzione del consenso. Francesco Cori analizza il precariato come elemento strutturale del sistema: non un’anomalia, ma un dispositivo che produce ricattabilità, frammentazione del corpo docente e indebolimento collettivo. Chiude il volume Pina La Villa, con una riflessione storico-culturale che mette sotto accusa l’idea stessa di istruzione prodotta dalle riforme recenti: una scuola sempre meno critica, che ha smarrito la propria funzione umanistica.